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Sherlock Holmes

18 Gen
Ritorno alle origini del personaggio di Conan Doyle per un plot originale in salsa action e steampunk

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Locandina Sherlock Holmes


Sul finire dell’Ottocento, Londra è una città affascinante e
pericolosa. Le novità tecnologiche attirano i cittadini più curiosi, ma
il richiamo per l’occulto e il soprannaturale è altrettanto forte.
Quando Sherlock Holmes e il fido dottor Watson consegnano l’assassino
di giovani donne Lord Blackwood alla giustizia e, dopo aver assistito
all’esecuzione capitale, assistono non di meno alla sua apparente
resurrezione, Holmes è felice di potersi finalmente interessare di
qualcosa alla sua portata. Tanto più che si è ripresentata a lui la
bella Irene Adler, chiedendo il ritrovamento di un uomo che si scoprirà
interrato nella bara di Blackwood. I casi si intrecciano, si
aggrovigliano, sporcano gli abiti di fumo e di avventura.


Guy Ritchie punta su un indirizzo ambizioso: 221B, Baker Street. Lente
d’ingrandimento alla mano, smette di farsi sedurre dall’eccentricità
per accumulazione (i tanti personaggi delle pellicole precedenti) e la
trova, purissima, per “concentrazione” nella figura di Sherlock Holmes,
così come fece capolino inizialmente sulle pagine di Conan Doyle, prima
di rifarsi trucco e parrucco in seguito alle ingerenze dei lettori,
della storia, della leggenda e del cinema stesso. Un uomo di
straordinario acume e ugual passione per l’azione, ordinato mentalmente
come nessun altro (se n’è fatto un “metodo”), che vive da bohemien nel
disordine dei ritagli di giornale (la cronaca scandalistica), della
polvere (bianca?) e dell’assenza di regolari abitudini, scazzottando
alla bisogna a mani nude. Questo ritorno alle origini del personaggio
–benché poi la sceneggiatura segua un plot originale- è una prima
evidenza a favore del lavoro di Ritchie.


Seconda, ma intimamente connessa, viene la scelta degli interpreti: il
nuovo Holmes emerge, coerente e vigoroso, dalla zona di intersezione e
sovrapposizione tra le caratteristiche romanzesche del detective di
Conan Doyle e quelle reali e “biofilmografiche” di Robert Downey Jr.,
talento istrionico, uomo intelligente e contraddittorio, paladino
iron(ico), non privo di invadenti fantasmi e noti (alle cronache)
trascorsi. Al suo fianco, Jude Law è un dottor Watson con personalità,
un passo indietro in quanto a genialità e spavalderia ma complice
sincero, coinquilino avvenente, braccio (destro) e spalla (fuori e
dentro la finzione) che valgono bene una scenata di gelosia, un tocco
di isterismo, una manciata di voluta ambiguità. Rachel Mc Adams,
infine, è “la donna”, furba e traditrice, unica fonte femminile di
interesse per il nostro, in quanto caso irrisolvibile, abitante di quel
territorio del diavolo – la criminalità elegante e scaltra – con cui il
protagonista flirta tanto piacevolmente. Ma uno più uno, questa volta,
non fa un due pieno.

Qualche
spacconeria di sceneggiatura, non poche lungaggini, dialoghi che
promettono ma non conquistano, fermano lo spettatore dal fregarsi le
mani e gli lasciano sul viso un sorrisetto sarcastico. Alla Holmes.


Sherlock Holmes è un personaggio letterario creato da Sir Arthur Conan Doyle alla fine del XIX secolo: protagonista di romanzi e racconti appartenenti al genere letterario del giallo deduttivo (il cui iniziatore fu Edgar Allan Poe con il suo Auguste Dupin), appare per la prima volta in Uno studio in rosso (1887).


« […]
il suo sguardo era acuto e penetrante; e il naso sottile aquilino
conferiva alla sua espressione un’aria vigile e decisa. Il mento era
prominente e squadrato, tipico dell’uomo d’azione. Le mani,
invariabilmente macchiate d’inchiostro e di scoloriture provocate dagli
acidi, possedevano un tocco straordinariamente delicato, come ebbi
spesso occasione di notare quando lo osservavo maneggiare i fragili
strumenti della sua filosofia. »
       « Quando hai eliminato l’impossibile, qualsiasi cosa resti, per quanto improbabile, deve essere la verità. »

«  Sherlock Holmes tolse dalla mensola del caminetto una bottiglia e una siringa ipodermica da un lucido astuccio di marocchino.
Con dita lunghe, bianche e nervose, fissò all’estremità della siringa
l’ago sottile e si rimboccò la manica sinistra della camicia. I suoi
occhi si posarono per qualche attimo pensierosi sull’avambraccio e sul
polso solcati di tendini e tutti punteggiati e segnati da innumerevoli
punture. Infine si conficcò nella carne la punta acuminata, premette
sul minuscolo stantuffo, poi, con un profondo sospiro di soddisfazione,
ricadde a sedere nella poltrona di velluto. 
»



« Non
c’è alcun ramo delle scienze investigative così poco praticato, eppure
tanto importante, qual è l’arte d’interpretare le orme. »
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Pubblicato da su 18 gennaio 2010 in Senza categoria

 

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